L'Ambasciata d'Italia in Brasile
Juscelino Kubitschek, Presidente della Repubblica dal 1956 al 1961, portò a termine quanto scritto nella costituzione del Brasile in riferimento alla capitale del Paese, dando inizio alla costruzione di Brasilia nell’altipiano centrale. Oltre a ciò, intorno alla fine del 1958, fece donazione di alcuni lotti di terreno di uguale dimensione (25.000 m²) ai Paesi amici, affinché questi vi costruissero le proprie Ambasciate.
L’Italia è fortemente legata al Brasile poiché, oltre ad essere la terra d’origine di milioni di brasiliani, commemora l’anniversario della fondazione lo stesso giorno di Brasilia: il 21 aprile. Per questo il Governo italiano donò a Brasilia una copia della famosa scultura della Lupa Romana che allatta i gemelli Romolo e Remo, che è stata posta di fronte al Palazzo Buriti. La mitologia romana narra che Romolo sia stato il fondatore di Roma e il suo primo re.
L’allora Ministro Consigliere dell’Ambasciata d’Italia a Rio de Janeiro, Carlo Enrico Figlioli, scelse nel novembre del 1959 il lotto 30 del quartiere numero 807 del Settore delle Ambasciate, che sarebbe stato destinato all’Italia, donazione formalizzata il 18 agosto dell’anno seguente.
Fu cosí edificata su quel terreno, uno dei migliori per via della vista sul Lago Paranoá che all’epoca era poco piú di un campo di arbusti, la prima costruzione simbolica: una piccola casa per il custode.
Ciò nonostante l’Italia, come gli altri Paesi, attese che l’Itamaraty (il Ministero degli Affari Esteri brasiliano) fosse trasferito da Rio de Janeiro a Brasilia, alla fine del 1966, per iniziare i lavori di costruzione della nuova sede.
Il Governo brasiliano aveva intanto manifestato il desiderio che le costruzioni delle ambasciate si armonizzassero con il contesto architettonico e stilistico di Brasilia, contribuendo d’altro canto ad esprimere il meglio delle rispettive architetture straniere.
Tale orientamento del Governo brasiliano indusse l’allora Ambasciatore Prato a caldeggiare la candidatura di Pier Luigi Nervi come progettista della costruzione. In quegli anni Nervi era l’architetto italiano più celebrato al mondo, e le due opere, realizzate negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, erano uno dei simboli più eloquenti della ricostruzione e del miracolo economico dell’Italia. Tutti conoscono, ad esempio, la Sala Vaticana, denominata Sala Nervi, nella quale il Pontefice concede le sue udienze settimanali al pubblico, il Palazzo dell’Unesco a Parigi, o il Palazzo dello Sport a Roma, o ancora il complesso “Italia 61” a Torino.
La costruzione dell’Ambasciata richiese sforzi notevoli e presentò vari problemi.Dopo l’elaborazione del progetto preliminare e della redazione del progetto esecutivo, tra il 1970 e il 1973, il 23 aprile del 1974 fu stipulato il contratto con la ditta brasiliana “Irfasa”, incaricata della realizzazione del progetto sotto la diretta supervisione dello Studio Nervi, rappresentato a Brasilia dall’architetto Piacente.
L’opera fu conclusa e consegnata all’Ambasciatore Maurizio Bucci nel gennaio del 1977, con i risultati che possiamo apprezzare al giorno d’oggi. Il primo ricevimento ufficiale in Ambasciata fu realizzato il 2 giugno del 1977, ed il 24 ottobre dell’anno seguente venne concessa l’agibilità definitiva.
L’Ambasciata oggi è meta abituale dei turisti che visitano la capitale brasiliana oltre che degli appassionati di architettura.
Recentemente due famosi designer brasiliani di origine italiana, i fratelli Humberto e Fernando Campana, si sono occupati dei lavori di ristrutturazione della parte interna della struttura.
Il progetto architettonicoL’Ambasciata esprime in modo eloquente le migliori tendenze della tecnica dell’architettura moderna che, principalmente con l’uso del cemento armato, ha visto l’Italia imporsi a livello internazionale.
L’ampio edificio non è solo la sede diplomatica. Un’ordinata fila di pilastri, che si diramano in quattro bracci nella parte superiore, sostiene un quadrato perfetto, base di una struttura dagli spigoli inclinati che ospita sia gli uffici che la residenza dell’Ambasciatore. Questi pilastri conferiscono alla struttura una leggerezza eccezionale fanno si che sembri proiettata verso l’alto.
La trasparenza del portico, quasi totalmente libero, favorisce, con la complicità dell’inclinazione naturale del terreno, la vista del lago e del paesaggio che si estende oltre. Allo stesso tempo, il portico costituisce uno spazio ombreggiato e ventilato, svolgendo la funzione che di solito nei palazzi viene attribuita ai cortili interni.
L’inclinazione delle pareti della struttura principale (poco meno di 30° rispetto alla verticale), associata all’azione dei brise-soleil verticali che marcano irregolarmente i prospetti, protegge gli interni dalla luce diretta del sole.
La facciata principale e le laterali, dietro le quali funzionano gli uffici diplomatici, sono più severi in relazione alla facciata della residenza privata, più libera, caratterizzata da profonde verande con vista sul lago, sul giardino, sul campo da tennis e sulla piscina.
La struttura è molto chiara, messa in risalto dall’uso, quasi didattico, di elementi verticali portanti e dalla maglia di lastre a vista: ogni tetrapode si innesta in un pilastro ottogonale situato al centro di un quadrato, di 12 metri di lato; i suoi bracci, che si aprono seguendo le diagonali (senza raggiungere gli angoli del quadrato, ma fermandosi a 3 metri di distanza da questi), sostengono una lastra, le cui nervature disegnano forme romboidali dagli angoli arrotondati, intrecciandosi seguendo diagonali di 45°.
L’elemento fondamentale del progetto è il tetrapode, che riflette l’abitudine di Nervi, così come dell’architettura italiana in generale già nell’immediato dopoguerra, a realizzare forme chiuse, scolpite, anti-industriali, contrarie a qualsiasi tentativo di standardizzazione o ripetizione.
Nella parte inferiore l’equilibrio è arricchito da una serie di piccoli gradini di marmo bianco, che scendono fino ad uno specchio d’acqua, il quale risalta la leggerezza della costruzione sostenuta dai pilastri. A controbilanciare l’effetto scuro dello specchio d’acqua, contribuiscono il bianco del marmo e i riflessi d’acciaio della scultura dell’artista italo-brasiliano Moriconi, intitolata “Nucleo”.
La ricerca di forme perfettamente adattate alle esigenze statiche è esasperata dalle infinite possibilità offerte dal cemento.
Concepito seguendo la logica del palazzo, l’edificio rende possibile lo svolgimento di tutte le sue funzioni all’interno delle sue sale. Al centro di ognuno dei quattro quadranti è stato ritagliato un piccolo chiostro, sempre di forma quadrata.
In corrispondenza di queste aperture, al livello del porticato, sono state pensate soluzioni differenti: il quadrante nord ospita un frammento di giardino; il quadrante a est è dedicato a due scale elicoidali che collegano la cancelleria al piano terreno (questo quadrante non è caratterizzato da un chiostro, ma da una serie di piccole aperture di luce lungo i collegamenti verticali); il quadrante ovest da sul laghetto interno è sorretto da pilastri, tre dei quali si immergono in acqua, senza alterare la simmetria del lato frontale principale (al contrario rafforzando il suo carattere monumentale). All’interno dell’ultimo quadrante, a sud, si erge la copertura piramidale del sottostante “salone di festa”, un grande spazio multifunzionale.
I marmi usati per la decorazione dell’edificio sono il granito verde Ubatuba, il rosa Imperiale, l’azzurro di Bahia, il rosso Jacarandá, il grigio Andorinha, mentre il legno utilizzato per i pavimenti e i rivestimenti della pareti di alcune sale interne è legno Sucupira e Jacarandá paolista. Tanto i marmi quanto il legno sono stati scelti nel mercato locale brasiliano, mentre le altre decorazioni sono state fatte arrivare dall’Italia.
Il progetto decorativo ha portato all’utilizzo di alcuni mobili antichi, già presenti dell’Ambasciata di Rio de Janeiro, e di altri dal design più moderno. Sono stati procurarti anche arazzi, stuoie e ceste tipiche dell’artigianato sardo.
Il lotto 30 del quartiere 807 non si distacca solo per l’edificio dell’Ambasciata, ma anche a causa del giardino, realizzato dall’architetto paesaggista Ney Dutra Ururahy.
Particolare attenzione è stata data alla scelta delle piante, per quanto riguarda il colore dei fiori, in modo tale da avere varie tonalità di rosso in giardino: a tale scopo si è privilegiata la scelta di arbusti e piante brasiliane, ma anche di piante provenienti da altri luoghi. Più di cento Bouganville rosse e lilla, decine di arbusti di Tibouchina, con i loro bei fiori, si mescolano alle Stelle di Natale messicane, alla Azalee, agli Ibiscus rosa, alle Orchidee porpora di Hong Kong e, soprattutto, ai fiori spettacolari color rosso-arancio dei Flamboyants.
Tra i diversi tipi di alberi e piante si alternano, a partire da un grande Tamboril, circa un centinaio di esemplari di Copaíba, e alcuni “Alberi della Pioggia”, tutti rigorosamente brasiliani.
All’interno della piscina si trovano tre gruppi di piante acquatiche, tra ninfee e “falsi papiri”. Ciottoli e mosaici completano la superficie. Il giardino, modificato solo in parte rispetto al progetto originale, è sempre stato considerato uno dei più belli di Brasilia.